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19 December, 2010

Natale Made in Italy



E' affascinante e allo stesso tempo convincente la tesi di Fabio Ferzetti oggi sul Messaggero che parla di Natale in Sudafrica come di un fenomeno del made in Italy di oggi, "un rito popolare codificato che si ripete puntuale ogni anno (...) una cosa a metà fra l'evento stagionale e il prodigio naturale: come il festival di Sanremo, il sangue di San Gennaro (...)". Un rito collettivo di chi al cinema ci va, forse, una o due volte l'anno, come alla Messa. Sarebbe infatti fin troppo facile stroncare criticamente il cinepanettone ormai ampiamente sdoganato e quasi osannato anche per tagliare le gambe a qualsiasi tipo di riabilitazione postuma (Marco Giusti sul Manifesto paragona l'attività registica seriale di Neri Parenti a quella di un Mattoli o di uno Steno). Esagerazioni? Abbagli cinecritici?
Io ho avuto la fortuna - detto senza ironia - di poter assistere quest'anno alla proiezione del cinepanettone in anteprima (dopo decenni De Laurentiis ha ceduto a una prassi che dovrebbe essere una regola: far vedere il film a chi del film dovrà scriverne). In questo modo ho potuto vedere un "Vacanze ecc.." al cinema e non in tv (cosa di cui, comunque, non vado fiero). Con uno sguardo abbastanza limpido e ingenuo, dato che non sono mai stato un grande estimatore del genere e i film della serie li ho visti sempre un po' a pezzetti.
Ed essendo un genere non si può fare altro che considerare come, e se, funzionano gli stilemi che lo caratterizzano. Così è innegabile che la comicità al grado zero che viene proposta sia a tratti divertente anche se l'ossessione su un singolo orifizio è parecchio ripetitiva e denota qualche problema con il superamento della fase anale. Mentre il gioco delle coppie lascia sul campo un fiacco tandem De Sica-Tortora per non parlare del triangolo penoso di Laura Esquivel chiusa nelle smorfie del suo Mondo di Patty. Gli unici che si salvano sembrano essere Ghini-Panariello. Per il resto, se Belén viene utilizzata sempre come Caterina Soffici pare l'abbia stigmatizzata («Sono entrata in un negozio perché avevo bisogno di una chiavetta per il mio pc. Dietro al commesso ho visto Belén sdraiata che mi ammiccava e ho deciso di uscire e comprare la chiavetta dalla concorrenza»), la gag dello spogliarello è una delle cose più squallide mai viste al cinema. Tralasciando il maschilismo di fondo (e in effetti perché dovremmo tralasciarlo?) la sequenza obbligata dello spogliarello è tecnicamente brutta, sciatta, insomma tirata via.
Su questo punto però andrebbero dette cose chiare. Pur fotograto da un grande come Luciano Tovoli, il film non appare tecnicamente il prodotto di punta della nostra cinematografia. Vuoi il visibile doppiaggio di Laura Esquivel, vuoi gli animali che sembrano di cartapesta (ma qualcuno dirà che era un effetto alla Méliès...), vuoi un bunga-bunga giustapposto, vuoi un Sudafrica magari da cartolina (a tratti sembra lo zoosafari di Fiumicino in cui s'andava da piccoli e che per fortuna è stato chiuso da decenni).
Il risultato sembra essere un film in cui non ci crede più nessuno se non solo il suo pubblico. Non è poco per un film certo, ma non è tutto.

02 December, 2010

Dicono che è stato lo sberleffo di un laico. Ma vaffanculo



«Dovessi restare solo, molto vecchio, affaticato da un cancro e dal tedio di vivere ancora; e se mai accadesse che, ricoverato nel reparto solventi di un ospedale romano, io mi buttassi dal quinto piano e perdessi la vita nella nera malinconia di una giornata di pioggia battente; potrebbe succedere che qualcuno scriva, come per Monicelli, che è stato “lo sberleffo di un laico”. Mandatelo affanculo».

C'è qualcosa di insopportabilmente riduttivo, schematico, leggero, presuntuoso, infine - come al solito da noi - barricadero nei commenti (fiumi) che hanno accompagnato il suicidio di Mario Monicelli. Come se una vita (e che vita) potesse ridursi a un gesto che, se praticato da soli, è comunque di una nobiltà assoluta. E qui non c'entra nulla la religione (bisogna spiegarlo che la condanna del suicidio - termine entrato nell'uso comune solo a metà del 1700 - è cosa 'recente'? Per dire, nei vangeli - solo in Matteo peraltro - c'è un'unica riga su Giuda che s'impicca), la destra (ma scherziamo? E Pierre Drieu La Rochelle?) o la sinistra, se si è felici o infelici, soli o accompagnati. C'entra l'uomo (e che uomo). C'entra ognuno di noi di fronte a una scelta. E quella scelta spesso è disponibile, ma non sempre. E' chiaramente molto più complesso discutere questa casistica ma, per rimanere nei massimi sistemi dell'atto di Mario Monicelli, il 'caso' dell'artista viareggino è limpido, chiaro, essenziale.
E andrebbe accettato per quello che è: una scelta di vita.

P.S. Io non amo i toni forti ma il pensiero iniziale di Giuliano Ferrara mi sembra abbastanza definitivo.


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16 September, 2010

Promessi sposi



Come i capponi di Renzo anche i nostri registi hanno deciso di beccarsi dopo il verdetto veneziano che non ha visto premiare nessuno dei quattro film italiani, su 24, in concorso.
Così, dopo le innocue esternazioni dei membri italiani della giuria presieduta da Quentin Tarantino, Luca Guadagnino e Gabriele Salvatores, Mario Martone che aveva portano in concorso "Noi credevamo" ha deciso di polemizzare a muso duro solo con Salvatores attraverso un'intervista con Paolo D'Agostini su La Repubblica. La cosa divertente, ma tragica, è che quasi tutte le sue affermazioni si basano su un'errata conoscenza delle dichiarazioni di Salvatores che ha detto:
"Io ho cercato di porre all’attenzione della giuria tutte le cose positive dei film italiani. Per un po’ ci si è soffermati sugli interpreti giovani.
C’era un livello minimo di gradimento che andava superato, gli italiani non ci sono mai arrivati.
Nei nostri film ho trovato molti aspetti positivi e li raccomando al pubblico ma da questa Mostra viene fuori il vero problema del cinema italiano che, a livello emozionale, non passa all’estero. E allora viene da chiedersi: perché questo negli anni '60 non succedeva? Forse il modo di raccontare l'Italia di allora era più universale, lo stile, le immagini, l'uso del cinema".
Bene, si può essere d'accordo o meno con quanto dice Salvatores ma di certo non ha offeso nessuno.
Qualcuno però ha riferito a Martone le cose in un altro modo e così il regista napoletano s'è arrabbiato. Domanda di Paolo d'Agostini: "Salvatores ha rimproverato ai film italiani carenza inventiva sul piano stilistico e incapacità di comunicare emozioni". Risposta di Martone: «E li ha esortati a "uccidere i padri", emanciparsi dalla commedia e dal neorealismo. Mi viene voglia di chiedergli: Mediterraneo, che gli ha portato tanta fortuna, cos' era se non una commedia italiana? Mazzacurati si muove nel solco di quel patrimonio ma rinnovandolo con grande originalità. È inaccettabile che un collega fissi gli standard di qualità e giudichi gli altri al di sotto. Chi lo autorizza a dettare i canoni, che cosa gli permette tanto paternalismo?».
Male perché Salvatores ha citato, in controtendenza a quello che fa di solito, il neorealismo e la commedia all'italiana come luogo di cinema universale. Infatti ha detto che, in genere "bisogna uccidere i padri" ma certo quel cinema passava, e molto, all'estero. Sarebbe bastato citare anche "Il Divo" e "Gomorra" (e magari "Io sono l'amore" dello stesso Guadagnino") per dire che ancora oggi il nostro cinema all'estero ci va. Insomma Salvatores ha peccato un po' di superficialità nell'analizzare, facendo di tutta l'erba un fascio, la situazione del nostro cinema.
Ma qualcuno non perdona. Il giorno dopo, sempre su Repubblica , Marco Bellocchio entra a gamba tesa nella polemica, chissà perché, dicendo che quelle di Salvatores sono «parole del tutto insensate». Lui ha le carte in regola per parlare: "Dico la mia dal momento che sono completamente fuori dai giochi. Ho visto i quattro i film italiani e anche tutti gli altri del concorso [24 opere in concorso, Bellocchio deve essere uno stakanovista..., ndr]. E alla luce di questo posso permettermi un giudizio: il film vincitore, Somewhere di Sofia Coppola, è assolutamente mediocre. Soprattutto se lo paragoniamo ai suoi lavori precedenti. I quattro film italiani sono superiori, e mi riferisco soprattutto a Noi credevamo di Mario Martone e a La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo». Chissà che non si siano risentiti anche Celestini e Mazzacurati che non vengono nemmeno citati. La polemica potrebbe continuare all'infinito.
Cerca di chiuderla Muccino. Chissà perché anche lui si lascia coinvolgere: "Un film non va visto conoscendo il paese dove è stato prodotto e il contesto sociale nel quale è stato realizzato. Se è bello, parla da solo, se è brutto, altrettanto".
Parole sante. Che i prossimi giurati italiani di Venezia se l'appuntino per evitare future polemiche...
Per Salvatores oramai è tardi. Lui, così pacato, non ha risposto a Martone&Co. La cosa divertente, ma tragica, è che Martone se l'è presa con Salvatores su fantacitazioni. Nessuno gli ha riferito l'unica e sola cattiveria che Salvatores, al fatidico incontro con la stampa domenica scorsa all'Excelsior del Lido di Venezia, ha insinuato su "Noi credevamo": "Martone ha realizzato una bella rilettura sul Risorgimento, anche se il fatto di raccontare che quei giovani all'epoca sparavano e tiravano le bombe lo aveva già scritto Gramsci, e non solo".
Martone buon ultimo. E ora chi lo sente?

02 May, 2010

Cornuti e mazziati



Per un attimo mi ero illuso. Durante la proiezione di Draquila mi era sembrato che finalmente Sabina Guzzanti si confrontasse con l'altro da sé. Una parte del suo film, la migliore peraltro (sarà un caso?), è infatti dedicata all'ascolto degli aquilani terremotati. Purtroppo però molte di queste interviste vengono costruite ad arte per far apparire il sorriso - forse più un ghigno sinistro - da razza superiore nel pubblico di riferimento della Guzzanti che andrà a vedere Draquila per sentirsi dire quello che già sa. (Le certezze granitiche fanno bene allo spirito e alla mente. Ti coccolano, ti danno sicurezza, senso di appartenenza...). Sì perché se c'è qualcuno che è letteralmente stregato da una persona che si chiama Silvio Berlusconi (paradigmatica la testimonianza di una signora che in cuor suo sogna di incontrarlo anche perché - chissà mai e poi lei ha la sua stessa età - magari da cosa nasce cosa...) questo è dovuto al ruolo della tv ("Non sarà la tv?", "Non sarà la tv?", e alla fine l'intervistato di turno: "Sì sarà la tv") o dal fatto che essendo terremotati si è psicologicamente più deboli. Così la commozione di una persona che nel suo nuovo appartamento della new town s'è trovata tutta una serie di oggetti a cui non avrebbe mai immaginato che qualcuno potesse pensare (ad esempio lo scopino del water) genera di riflesso un sorriso malevolo, superiore. Bisognerebbe riflettere su questo riflesso, soprattutto se incondizionato.
Certamente non è mai amabile uno Stato che si identifica con il Capo del Governo (e viceversa), a nessuna latitudine e in nessuna epoca. Ma Berlusconi ha sempre avuto un ascendente popolare che gli ha consentito, nel bene e nel male, di condizionare la recente storia della nostra Repubblica. E il carisma fa oramai (ma è stato così sempre) intimamente parte del gioco politico. Quindi che senso ha di fronte a questa realtà, coniare - come fa la Guzzanti - il termine di "stronzacchione"? L'insulto stona soprattutto perché questa volta "Draquila" sembra volare un po' più in alto rispetto alle opere precedenti della regista. E' evidente però che la Guzzanti ha un pubblico di riferimento in cui insufflare il suo verbo. Va bene così. E' giusto così.
Ma rimane l''impressione iniziale: la Guzzanti non sembra ancora del tutto pronta a capire, se non accettare, l'altro da sé. Un'evidenza corroborata anche dal fatto che ai giornalisti italiani non è stato concesso interloquire con la regista (almeno fino al festival di Cannes, ma allora perché far uscire una settimana prima il film in Italia?). O, più precisamente, non a tutti i giornalisti. Difatti il giorno dopo la proiezione del film alla stampa, cioè ieri, La Repubblica aveva in esclusiva un'intervista alla regista. Mentre oggi Il Fatto Quotidiano ospita un lungo articolo vergato proprio dalla Guzzanti. Bene, ogni artista è libero di scrivere dove vuole, farsi intervistare da chi vuole, insomma gestire la sua immagine - così si usa dire, no? - come meglio crede. Certo il concetto di esclusività inizia a diventare fastidioso quando chi lo promuove racconta che viviamo in un Paese in cui le libertà fondamentali dell'individuo sono a rischio, per prima quella di stampa. Ma Sabina Guzzanti non cela certo le sue intenzioni, l'inizio del suo articolo su Il Fatto è in questo senso palese e disarmante: "Cari lettori del Fatto – come si dice target del mio stesso target – scrivo qui per annunciarvi personalmente che Draquila è pronto e vi attende nelle sale".
Vi annuncio personalmente? Target del mio stesso target? Ancora una volta va scomodato il Nanni Moretti di Palombella rossa: "Come parla?! Come parla?! Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa?!".

11 April, 2010

Grande, grosso, Verdone e (in)victus



I David di Donatello rappresentano il cinema italiano? Lo so, non si inizia con una domanda, ma certo l'annuncio delle cinquine del premio gestito dall'Accademia del Cinema Italiano e dal suo presidente Gian Luigi Rondi qualche interrogativo lo pone. E non solo a me. Anche perché stavolta qualcosa sembra essersi veramente inceppato. E per capirlo lasciamo sfogare uno dei principali esclusi (intervistato il 9 aprile per Il Riformista e Il Secolo XIX da Michele Anselmi e per il Corriere della Sera da Valerio Cappelli):
"Se il metodo è questo, mi ritiro per sempre dai David. Che se la cantino e se la suonino. Sono contento per Marco ma è deprimente, sono molto dispiaciuto perché lo ritengo uno dei miei primi quattro film insieme a Borotalco, Compagni di scuola e Maledetto il giorno che t’ho incontrato. Per il livello dell’interpretazione complessiva, per l’equilibrio della commedia, perché si manda un messaggio, per la capacità di raccontare il dissesto della famiglia. Qua e là c’è un significato profondo, senza gag. Fortunatamente, 3 milioni di persone che hanno visto il mio film non la pensano come i 1592 componenti della giuria. Tra l’altro ho avuto critiche favorevoli quasi al 100 per cento. Mi domando quando riuscirò a dare ancora un’interpretazione come quella, un prete che non è mai una caricatura. Ho lavorato su questo missionario che torna dall'Africa e trova una famiglia a pezzi, ho cercato la misura giusta nella recitazione, facendo aderire il personaggio alla mia età. Mi è sembrato un atteggiamento oltre lo snobismo, quasi che il grande incasso, 16 milioni e mezzo di euro, fosse un problema. Come a dire: tanto il premio l'ha già avuto. Il dispiacere è molto molto grande. Con quel film ho raggiunto un pubblico trasversale, giovani e anziani. Mi conforta l’Aula Magna dell’università Tor Vergata di Roma strapiena l’altro ieri, i dieci minuti di applausi alla proiezione, quello è il premio più bello del mondo. Paolo Virzì ha fatto uno splendido film, ci siamo scambiati anche mail di complimenti. Ripeto non ce l'ho con i colleghi, non esiste complotto, ho buoni rapporti con tutti. Ma che Io, loro e Lara non sia stato considerato come uno dei migliori dell'anno, accanto ad altri certo belli e importanti, è francamente ridicolo. Che non mi diano più un premio alla carriera: non ritirerò più quei contentini, il colpo al cerchio e uno alla botte sono cose all’italiana»
Non avevamo mai sentito Carlo Verdone così arrabbiato dopo l'annuncio della quasi totale esclusione del suo Io, loro e Lara (solo Marco Giallini come attore non protagonista) dalle cinquine dei David di Donatello (premio col quale già due anni fa, per altri motivi, ebbe problemi, con annesso "contentino", appunto, di un David speciale). Verdone non è però l'unico grande escluso dai riconoscimenti che verranno assegnati nella serata del 7 maggio. Sì perché i ben 1592 giurati, che nell'ultima settimana di marzo hanno votato le cinquine, si sono concentrati in pratica solo su un pugno di film: La prima cosa bella di Paolo Virzì (Medusa) con 18 nomination, L'uomo che verrà di Giorgio Diritti (Mikado) con 16, Vincere di Marco Bellocchio (01 Distribution) con 15, Baarìa di Giuseppe Tornatore (Medusa) con 14 e Mine vaganti di Ferzan Ozpetek (01 Distribution) con 13.
Ecco, di fronte a questi grandi numeri (che girano però - detto sommariamente - attorno a sole due case di produzione, mentre per la cronaca Verdone è targato Warner Bros.), fa riflettere, ad esempio, la totale assenza di Pupi Avati che solo l'anno scorso era riuscito, dopo un po' di tempo dal premio nel 2003 per Il cuore altrove (peraltro risarcitorio di decenni d'oblio), a essere nominato per Il papà di Giovanna. E sì che il regista bolognese sforna quasi due film l'anno, tanto che secondo il regolamento era papabile sia per Gli amici del bar Margherita che per Il figlio più piccolo. Non solo lui come regista ovviamente, ma anche gli attori, attrici, magari un costumista... E invece nisba. Il troppo stroppia? Sarà per questo che Federico Moccia, ormai regista oltre che sceneggiatore, anch’egli con ben due film, Amore 14 e Scusa ma ti voglio sposare, non è riuscito a entrare neanche nella cinquina che gli dovrebbe essere più familiare, il David giovani, votato da oltre 6000 studenti delle scuole superiori e delle università di tutta Italia. Ma, a ben vedere, sono solo queste innocenti indicazioni a risarcire i grandi esclusi come, appunto, Carlo Verdone e Gabriele Muccino che per il suo Baciami ancora ha ottenuto unicamente due nomination: per la canzone di Jovanotti e per l'attore non protagonista, Pierfrancesco Favino.
 Sempre i ragazzi sono stati gli unici a inserire nella loro cinquina Genitori e figli:) Agitare bene prima dell’uso di Giovanni Veronesi, autore non molto amato dai David (unico premio nel 1994 per la sceneggiatura di Per amore solo per amore”). Perché è ormai assodato che la commedia (ma non è un problema solo italiano), nonostante rappresenti parecchi milioni di spettatori, sia il genere per eccellenza sempre assente da questi riconoscimenti annuali.
Ciò che è certo è che il sistema della giuria dei David, pur da qualche anno così allargata (Verdone lancia invece la proposta di "non più di 20 rappresentanti di categorie") , non riesce a rappresentare l'eterogeneità del nostro cinema, neanche nelle cinquine. E la prova è il caso lampante di un film importante e unico come Io sono l’amore di Luca Guadagnino, completamente dimenticato. E non se la cava meglio neanche la giuria speciale ristretta per l'individuazione delle cinquine per i documentari e i cortometraggi, oggetto d'un duro corsivo di Cristina Piccino su Il Manifesto del 9 aprile per essersi dimenticata dei migliori documentaristi italiani, tra cui Stefano Savona e il suo Piombo fuso. Possibile? Possibile.

24 March, 2010

Good News



Errare è umano. Ma il Festival Internazionale del Film di Roma diretto da Piera Detassis almeno non persevera. Dopo la levata di scudi (come riportato nel post precedente) contro la "razionalizzazione" della sezione L'Altro Cinema - Extra curata da Mario Sesti, ieri il Consiglio di amministrazione della manifestazione insieme ai soci fondatori hanno fatto una parziale e onorevole
retromarcia che si gioca tutta sulla semantica del comunicato di approvazione del bilancio 2009. Si perché se da un lato si dice chiaramente che "la Sezione L’Altro Cinema/Extra oltre all’organizzazione di duetti con personaggi internazionali e alla definizione del Premio alla Carriera, d’intesa con il Presidente, punta nell’edizione 2010 a valorizzare l’importante concorso
dei documentari, giudicato per la prima volta da una giuria internazionale, e affiancato fuori concorso da film lungometraggi con caratteristiche di grande sperimentazione", dall'altro sembra proprio che non si voglia lasciare solo a questa sezione la competenza sul cinema sperimentale. E infatti il comunicato recita al principio: "Il Cda e i soci fondatori hanno accolto all’unanimità il chiarimento reso necessario in merito all’importanza del cinema sperimentale e dell’innovazione, confermandone e rafforzandone la presenza in tutte le sezioni". Una scelta che non so quanto gioverà all'intera struttura del festival sempre alla ricerca di una formula identitaria. Perché è chiaro che il cinema sperimentale può e deve stare dappertutto ma è altrettanto indubbio che è la sezione curata da Mario Sesti l'approdo naturale, appunto, dell'altrocinema.
Così anche la sezione Alice nella città "allarga i propri orizzonti, non più solo cinema per ragazzi in senso classico, ma un vero laboratorio di cinema giovane e di nuove tendenze". Ciliegina sulla torta, "per dare ulteriore ordine e definizione alla programmazione", è che "non ci saranno più incroci tra le sezioni ma è stato ideato uno spazio Eventi Speciali, curato dalle diverse sezioni del Festival con la supervisione del Direttore Artistico in cui confluiranno prodotti innovativi che non limitano il loro interesse alla pura proiezione, ma prevedono anche performance e commistioni di generi (arte visiva, letteratura, televisione, nuove tecnologie, diversi formati)".
Insomma il Festival Internazionale del Film di Roma è ancora alla ricerca di una sua identità non riuscendo a smettere del tutto i panni della manifestazione con tanti curatori (e quindi con tante sezioni forti, che era l'idea originaria, e originale, della Festa) a favore di un classico festival con un unico direttore. Quindi quando tra le righe si legge, "d'intesa con il presidente" e "con la supervisione del Direttore Artistico", non si tratta di sottolineature pleonastiche, ma del tentativo di rimarcare, se ce ne fosse bisogno, chi è che decide.

10 March, 2010

E' qui la festa?



La pagina intro del sito ufficiale è ancora ferma allo scorso anno ma il Festival Internazionale del Film di Roma diretto da Piera Detassis lavora alacremente per la nuova - la quinta! - edizione a fine ottobre. E nel tentativo di trovare la formula giusta per un festival metropolitano, bilanciato tra le diverse esigenze spettacolari, culturali, d'interesse per gli addetti ai lavori e, last but not least, politiche (cosa che, detto tra parentesi, non era riuscita neanche all'inventore Walter Veltroni) è incappato in un incidente di percorso che sta rischiando di compromettere pesantemente gli equilibri interni ma anche la percezione esterna che si ha del festival. La notizia, lanciata con grande tempestività da Valerio Cappelli sul Corriere della Sera in Cronaca di Roma (a cui è seguito un articolo molto critico sulla direttora), è che il consiglio di amministrazione del festival ha deciso di "razionalizzare" la sezione "L'Altro Cinema - Extra" curata fin dall'inizio con determinazione e successo (troppo da provocare invidie?) da Mario Sesti portandone i film, esclusivamente documentari (definizione che dovrebbe essere oggi più che mai, e giustamente, indefinibile), da 29 a 12, e riducendo gli incontri con gli autori. Ciò che poteva rimanere all'interno di una logica di organizzazione interna della manifestazione capitolina (cosa che peraltro era già successa lo scorso anno facendo titolare un articolo dello stesso Cappelli sul Corsera così: "Roma, più ricco il Festival «dimagrito»") è stato vissuto come un attacco personale, al limite del mobbing, a Mario Sesti che ha un contratto a tempo indeterminato e quindi dorme sonni tranquilli e che comunque su tutta questa vicenda non si è sapientemente fatto sfuggire una sola parola (almeno fino ad oggi quando sul suo profilo di Facebook ha rilanciato il gruppo "non toccate EXTRA!" - molto critico - che si è creato a sostegno della sua sezione).
Il CdA, questo il dato politico forte e bipartisan ("Ma che cos'è la destra, cos'è la sinistra...) per la prima volta non ha votato all'unanimità con Gianluigi Rondi, Luca Barbareschi (Comune di Roma), Francesco Gesualdi (Regione Lazio) e Massimo Ghini (Provincia di Roma) a favore della riorganizzazione proposta da Piera Detassis (che in un articolo di Leonardo Jattarelli su Il Messaggero ha smentito il ridimensionamento degli incontri con gli autori di "Extra" e ha parlato di "razionalizzazione" di tutti i film in concorso), contrario Carlo Fuortes (Musica per Roma) e astenuto Piero Abbate (Camera di Commercio).
A questo punto la partita, in vista anche delle elezioni, sta diventando tutta politica (Regione, Comune, Provincia: l'un contro l'altro armato, e Michele Anselmi su Il Riformista di oggi lo evidenzia bene) che è il vero punto debole del Festival di Roma. Perché sia l'inizio che la fine di questa manifestazione, che in un pugno di anni ha già cambiato direzione, assetto, nome, si è giocato e si gioca tutto su questo terreno. Scivoloso.

02 March, 2010

Per proiezioni scolastiche...



Mentre (ri)vedevo Grazie zia (a proposito, grazie Iris!) (ri)pensavo a un film che in settimana mi aveva messo a disagio: Genitori e figli :) Agitare bene prima dell'uso. Non che si possa fare alcun paragone tra i film di Samperi e Veronesi ma certo se rimaniamo alla trama, tutt'e due raccontano di padri e figli. E mi sono immaginato oggi la presentazione alla stampa di un Grazie zia o di un suo diretto genitore come I pugni in tasca (ambedue diretti da esordienti nel lungometraggio, ambedue con Lou Castel, ambedue montati da Silvano Agosti). Sono (abbastanza) certo che la forza del soggetto (indiscutibile in entrambi i casi) non avrebbe prevalso nella cronache sulla forza delle immagini ((indiscutibile in entrambi i casi). Mentre oggi ci troviamo di fronte all'esaltazione di un soggetto (discutibile) che offusca qualsiasi analisi filmica. Genitori e figli :) Agitare bene prima dell'uso viene letteralmente venduto al mondo della comunicazione, un po' come avviene con l'appalto interno al film degli spazi pubblicitari (ah sì certo, si chiama product placement), attraverso la storiella dell'incomprensione genitori/figli o della geniale invenzione di Giovanni Veronesi che aborre la famiglia allargata a favore del ristretto branco familistico di sangue (che ora sembra di moda, anche Ozpetek lo teorizza) . E tutti giù a scriverne. La sociologia del cinema. In cui Gabriele Muccino è un maestro. Ma almeno lui riesce a fare un film compiuto e non una rapsodia di episodi. E se il maestro in Ricordati di me" aveva colto il fenomeno delle veline ora, addirittura nel decennale del Grande fratello italiano, assistiamo a una verbosa disquisizione se sia auspicabile o meno che un ragazzo voglia andare alle selezioni di quel programma. E' molto bello che al cinema se ne parli in famiglia, ma nella realtà non ci sarebbe (e non c'è) alcun bisogno di farlo.
Ma il discorso sul GF è la punta dell'iceberg di un film costruito tutto sulla scrittura, su una sorta di supposta sceneggiatura di ferro che seguendo gli epigoni del genere (Muccino appunto, ma anche Brizzi e Martani con la citazione della battaglia dei gavettoni o con la visita, qui in versione ecologista e involontariamente comica, al parco acquatico) mette in fila, in maniera sorprendentemente didascalica, un po' di casistica più o meno reale, tic sociali in cui forse un po' riconoscersi. Nel farlo Veronesi non imprime alcuna cifra stilistica personale (il dolly a chiudere sui rami degli alberi sarebbe da vietare nel cinema), non inventa nuovamente la realtà e anzi si lascia andare a una volgarità a tratti disturbante che trova il culmine in uno degli episodi più sgradevoli, perché compiaciuto, del nostro cinema: un ragazzo cinese che fa da nave scuola nello sverginare le adolescenti ragazze della scuola della protagonista (si dice che ce l'ha piccolo, è pure extracomunitario, ha tutto l'interesse di fare bella figura con le italiane... Mah!). Mentre la lezione di come s'infila un profilattico con l'ausilio di una carota è encomiabile anche se sa molto di Dipartimento Scuola Educazione, per chi se lo ricorda.


Un film urlato, come la recitazione survoltata di Silvio Orlando e Luciana Littizzetto, come l'inserimento continuo di accompagnamento musicale e di canzoni per creare un'atmosfera, che non lascia alcuno spazio alle sfumature, ai non detti, allo spettatore insomma... E neanche ai personaggi di contorno come Elena Sofia Ricci, ampiamente sottoutilizzata, o Max Tortora di cui scopriamo i veri amori nientemeno che alla fine del film (a proposito di sceneggiatura di ferro...).
Infine ho pensato alla censura: più pesante per Samperi con il divieto ai minori di 18 anni e più leggera per Bellocchio con i 14 anni. Ma si sa, in Italia chi tocca il concetto di famiglia (nell'accezione distruttiva) muore. Poi ho scorso le pubblicità vicino ai tamburini degli spettacoli. Per Genitori e figli :) Agitare bene prima dell'uso, naturalmente considerato "film per tutti", si può chiamare un numero per concordare le proiezioni scolastiche. Scolastiche?

18 February, 2010

Commedia all'italiana: da Roma a Venezia



Non sarà tangentopoli. Saranno pure su 100 solo "1, 2, 3, 4 o 5 individui che possono essere dei birbantelli o dei birbanti che approfittano della loro posizione per interesse personale", come ha avuto modo di dire oggi il presidente del Consiglio. Fatto sta che le ultime inchieste della magistratura sulla corruzione non stanno spaventando solo i palazzi della politica e dell'imprenditoria ma le loro diramazioni arrivano a toccare anche il mondo del cinema che a prima vista ne sembrava immune.
In questo ambito purtroppo è in atto in questi giorni un gioco al massacro. Le intercettazioni dell'inchiesta della procura di Firenze sugli appalti per il G8 alla Maddalena filtrano centellinate, sezionate, slegate, fuori contesto e i nomi che appaiono, mediaticamente interessanti, infine sputtanati. Perché basta una citazione, in questo vero e proprio casino di puntini, puntini, puntini, a rimanere latente nell'orecchio, nella mente del lettore. Alla fine, nel calderone, chi sa più riconoscere chi è il buono e chi il cattivo, cosa che invece il cinema classico ci ha bene insegnato?
Così l'arresto dell'ingegnere Angelo Balducci, presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, ha portato con sé tutta una serie di allusioni che, rimanendo nel mondo del cinema, sembrano addirittura far ricadere le colpe dei padri sui figli. E' il caso di Lorenzo Balducci, un attore con il curriculum lungo così, che si dice, si ammicca, si allude, il padre Angelo possa aver aiutato. A questo riguardo è paradigmatica la voce di Wikipedia sull'attore che è stata immediatamente aggiornata e fino a poche ore fa (qui la cronologia con il passo eliminato) dava conto, partendo da un articolo del Corriere della Sera, delle indiscrezioni giornalistiche mettendo in mezzo anche il vicedirettore della Rai Giancarlo Leone (per di più straparlando del padre). Poi è intervenuto l'avvocato di Lorenzo Balducci e giustamente la voce di Wikipedia è tornata a parlare solo della già lunga carriera del giovane attore. Che è ciò che per ora solo ci interessa. Poi certo papà Balducci avrà pure parlato con l'imprenditore Anemone che ha parlato con Leone del figlio attore. Ma l'intercettazione racconta di un innocuo problema di taglio di capelli (aggiornamento 21 febbraio: sul Corriere il produttore Barbagallo smentisce le pressioni). Poi certo mamma Balducci (Rosanna Thau) avrà forse brigato per far intervistare il figlio da Mollica al Tg1 come riporta L'Unità. Ma siamo più nel territorio della commedia all'italiana che non nel codice penale. Seguendo questa linea moralistica non si va lontano e buona parte di noi italiani andrebbe messa all'indice.
Fatto sta che, comunque, chi tocca Balducci rimane scottato. Ne sa qualcosa anche Andrea Occhipinti, finito anche lui nelle intercettazioni solo perché ha prodotto il film di Carlos Saura Io, Don Giovanni con Lorenzo Balducci protagonista (qui una dichiarazione dell'attore sull'arresto del padre). Ne dà conto un articolo del Giornale che in realtà vuole stigmatizzare il problema del calderone dei nomi in cui tanti sono finiti. Ma il nome viene fatto e, come musicava Rossini, "la calunnia è un venticello, s'introduce destramente, e le teste ed i cervelli, fa stordire e fa gonfiar".
Fin qui i fatti, forse reali anche se quasi tutti "de relato", ma che non toccano più di tanto la realtà. Che invece è più tangibile, ad esempio, con la costruzione del nuovo palazzo del cinema al Lido di Venezia, futura sede della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, fortemente sostenuto dall'ingegner Balducci che all'epoca della gara era direttore del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del Turismo. Ora sono in molti al Lido ad essere preoccupati dalla sua assenza forzata. Tanto più che, come ricostruisce Carmine Fotina su Il Sole 24 ore del 16 febbraio scorso, nella associazione temporanea d'impresa "che si è aggiudicata tra le polemiche la gara per la progettazione esecutiva ed esecuzione delle opere con un appalto al netto del ribasso da 61,3 milioni di Euro" figura il gruppo Intini di Noci (Bari) con una quota sull'appalto pari al 24,05 per cento". Bene il gruppo è guidato da Enrico Intini che "nel momento clou dell'inchiesta barese su escort e appalti sospetti in Puglia raccontò di aver usufruito della preziosa consulenza di Gianpaolo Tarantini (150 mila Euro) per incontrare tra gli altri Guido Bertolaso e presentargli le potenzialità del gruppo". Il capo della Protezione civile ha confermato l'incontro ma ha precisato che il suo dipartimento "non ha mai ordinato né al signor Intini né al signor Tarantini l'acquisto di una matita, di un cerotto o di un estintore". L'imprenditore Intini "la sua soddisfazione l'ha portata a casa" con le celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, uno dei grandi eventi gestiti dalla Protezione civile, sotto i cui auspici sta nascendo il nuovo palazzo del cinema la cui prima pietra è stata posta il 28 agosto del 2008. "Una cerimonia - racconta sempre Il Sole 24 Ore - in grande stile alla quale parteciparono anche Angelo Balducci e - stando a un'intercettazione telefonica contenuta nell'ordinanza del Gip di Firenze - Diego Anemone, l'imprenditore al centro degli appalti contestati nell'inchiesta. Anemone, secondo la ricostruzione degli inquirenti, si precipita a Venezia per la posa della prima pietra con un obiettivo preciso: conquistare una subfornitura per gli arredi del nuovo Palazzo del cinema".
Il timore ora, con Balducci e Anemone in carcere, è che nel grande progetto del Lido non verranno a mancare solo gli arredi...

09 February, 2010

Venerati maestri



Forse qualcuno dovrebbe dirglielo. O forse qualcuno l'ha già fatto. Senza risultati però.
Fatto sta che ormai c'è un gruppo di registi che si presenta ogni anno, puntuale, all'appuntamento con il cinematografo. Uno di questi è americano, ma per il pubblico di riferimento ormai europeo d'adozione, Woody Allen. L'altro è una nostra gloria nazionale, Pupi Avati. Ecco Pupi ormai supera di gran lunga Woody, e forse qualsiasi altro cineasta al mondo. Quando venerdì uscirà il suo nuovo film "Il figlio più piccolo" probabilmente sarà già stato battuto il primo ciak del suo ancora più nuovo lavoro: "Una giovinezza sconfinata".
Il modello artistico e quello produttivo è sempre lo stesso. Prendi un attore da riscoprire in ruolo drammatici che mediaticamente funziona sempre, ora è Christian De Sica, ieri Ezio Greggio, domani chissà un Fabrizio Bentivoglio da commedia..., e ti appoggi una volta a Medusa e l'altra a Rai Cinema. E' quello che ormai accade più che puntualmente negli ultimi sette anni della sua filmografia con ben 9 film.
Ed è un peccato. Perché l'ottima scrittura di Avati non trova poi riscontro a livello cinematografico. Con un risultato un po' arronzato (usiamo volutamente un'espressione eccessiva da amanti traditi) che non fa onore a una carriera come la sua. Prendete appunto "Il figlio più piccolo", è paradigmatico. Sarebbe potuto essere un feroce ritratto dell'Italia di oggi come l'Italia di ieri sapeva fare al cinema. E invece si finisce per non credere mai a Christian De Sica che più che in un ruolo drammatico sembra non uscito dai suoi Natali.., ma neanche a Nicola Zingaretti che la pelata e i mustacchi dovrebbero già rendere personaggio (e invece no), figuriamoci al John Belushi italiano Nicola Nocella.
C'è qualcosa di finto, negli arredi, nei costumi, nella rappresentazione della realtà quindi, che alla fine non convince. Così come è finto il doppiaggio di molte scene, addirittura con stranianti fuori sincrono. Ed ecco la domanda: in tutto questo che influenza può aver avuto la fretta? Credo tanta. Perché con tempi così stretti tra produzione, post-produzione, scrittura del film successivo, riprese, ecc. è inevitabile non curare al meglio la forma. Che anche noi crediamo non sia la sostanza anche se comunque salta agli occhi. Anche perché Avati ha dimostrato di avere molte cose da raccontare. Al contrario del suo collega americano il cui problema è molto più grave, perché esattamente inverso.

18 January, 2010

Made in Italy



Magari è solo una svista. Però è curiosa se non anche rivelatrice.
Prendete il numero appena uscito dello storico periodico "Il giornale dello spettacolo" e andate a pagina 8. Di spalla in taglio alto a destra l'annuncio dell'imminente arrivo, il 23 gennaio, del "Bari International Film & Television Festival".
Sotto il titolo, nome e cognome dell'autore dell'articolo, Marco Spagnoli, assiduo collaboratore della testata quindicinale e organo ufficiale dell'Agis.
Bene, il nostro collega è anche il vicedirettore, insieme a Enrico Magrelli, della manifestazione pugliese ideata e diretta da Felice Laudadio. Circostanza che nell'articolo non viene in alcun modo omessa. Trattasi quindi sicuramente di un errore, d'una svista appunto, perché non s'è mai visto un giornalista vergare un articolo su una manifestazione da lui stesso diretta o vicediretta. Almeno nella carta stampata perché nell'etere, ormai digitale, Pascal Vicedomini supera qualsiasi immaginazione ideando e conducendo interi programmi (in genere su RaiTre) incentrati sulle sue manifestazioni capresi o ischitane che ha ideato e dirige e conduce. E il cerchio si chiude, dal produttore al consumatore con la filiera certificata e sempre rintracciabile.
Non varrebbe neanche la pena di scomodare il "conflitto d'interessi" per quello che è certamente un errore. Un po' meno le due intere pagine su sedici totali di pubblicità del "Bif&st" e del Cineporto di Bari. Che diventano quasi tre con l'articolo in questione. Ma in un'epoca di crisi per l'editoria e di forti contrazioni pubblicitarie non è forse nemmeno il caso di tirare fuori questioni etiche o deontologiche. Che sono irrimediabilmente passate di moda.

03 January, 2010

Vietato vietare


So di affrontare un argomento scivoloso. Ma forse una premessa teorica mi può mettere al riparo da possibili critiche.
Bene, in Italia esiste una forma di censura cinematografica che è stata eufemisticamente chiamata "revisione cinematografica". E va avanti così, pressoché invariata, dal 1962 (retaggio di norme che risalgono addirittura al 1920). Dà modo a 8 commissioni composte da una decina di persone (un magistrato o docente di diritto, uno psicologo o pedagogo, due rappresentanti dei genitori, due di categoria e uno degli animalisti) di dare il nulla osta e quindi di ritenere il film per tutti, vietato ai minori di 14 anni o di 18.
Preso atto di questa realtà fattuale passo ora al tema del mio post. E cioè che se ci devono essere delle indicazioni dello Stato su cosa un cittadino minore di età (o addirittura maggiore se pensiamo al caso storico di "Ultimo tango a Parigi" a cui addirittura fu negato il nulla osta per la proiezione in pubblico fino a che Bertolucci assecondò la richiesta di un "alleggerimento" di otto secondi nelle scene di sesso) possa o meno vedere, allora queste indicazioni devono essere coerenti, inserite nel giusto contesto storico e, cosa più importante, utili. E' una questione di pragmatica. In questo gli anglosassoni sono molto più bravi di noi. Negli Stati Uniti funziona un sistema di "autogiudizio" dei produttori sui film. Divisi in varie categorie (con quella 'peggiore' troppo spesso abusata) il cui fine ultimo è però dare un'indicazione soprattutto ai genitori. Ripetiamo, se una forma di controllo ci dev'essere allora è meglio che sia all'americana. Basterebbe quasi solo copiarla. In Italia se ne parla da anni ma come sempre non si conclude nulla. Il risultato è che ogni anno le varie commissioni praticamente non vietano più alcun film ai minori di 18 anni e solo una manciata ai 14 anni. Intendiamoci, molto meglio così. Questo succede perché i tempi sono cambiati e quei due 'step' non sono più adatti al comune sentire. Tanto che le stesse case di distribuzione, che non hanno alcun interesse a creare problemi agli spettatori, negli anni si sono trovate a sorpassare la revisione cinematografica affiggendo cartelli appositi nei cinema per mettere in guardia sui contenuti di film come "Hannibal" (giudicato per tutti) o, addirittura, come "A Christmas Carol" (per alcune sequenze che possono spaventare i più piccoli) .
Ma allora perché tenere in piedi tutto questo italico ambaradan?