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09 February, 2010

Venerati maestri



Forse qualcuno dovrebbe dirglielo. O forse qualcuno l'ha già fatto. Senza risultati però.
Fatto sta che ormai c'è un gruppo di registi che si presenta ogni anno, puntuale, all'appuntamento con il cinematografo. Uno di questi è americano, ma per il pubblico di riferimento ormai europeo d'adozione, Woody Allen. L'altro è una nostra gloria nazionale, Pupi Avati. Ecco Pupi ormai supera di gran lunga Woody, e forse qualsiasi altro cineasta al mondo. Quando venerdì uscirà il suo nuovo film "Il figlio più piccolo" probabilmente sarà già stato battuto il primo ciak del suo ancora più nuovo lavoro: "Una giovinezza sconfinata".
Il modello artistico e quello produttivo è sempre lo stesso. Prendi un attore da riscoprire in ruolo drammatici che mediaticamente funziona sempre, ora è Christian De Sica, ieri Ezio Greggio, domani chissà un Fabrizio Bentivoglio da commedia..., e ti appoggi una volta a Medusa e l'altra a Rai Cinema. E' quello che ormai accade più che puntualmente negli ultimi sette anni della sua filmografia con ben 9 film.
Ed è un peccato. Perché l'ottima scrittura di Avati non trova poi riscontro a livello cinematografico. Con un risultato un po' arronzato (usiamo volutamente un'espressione eccessiva da amanti traditi) che non fa onore a una carriera come la sua. Prendete appunto "Il figlio più piccolo", è paradigmatico. Sarebbe potuto essere un feroce ritratto dell'Italia di oggi come l'Italia di ieri sapeva fare al cinema. E invece si finisce per non credere mai a Christian De Sica che più che in un ruolo drammatico sembra non uscito dai suoi Natali.., ma neanche a Nicola Zingaretti che la pelata e i mustacchi dovrebbero già rendere personaggio (e invece no), figuriamoci al John Belushi italiano Nicola Nocella.
C'è qualcosa di finto, negli arredi, nei costumi, nella rappresentazione della realtà quindi, che alla fine non convince. Così come è finto il doppiaggio di molte scene, addirittura con stranianti fuori sincrono. Ed ecco la domanda: in tutto questo che influenza può aver avuto la fretta? Credo tanta. Perché con tempi così stretti tra produzione, post-produzione, scrittura del film successivo, riprese, ecc. è inevitabile non curare al meglio la forma. Che anche noi crediamo non sia la sostanza anche se comunque salta agli occhi. Anche perché Avati ha dimostrato di avere molte cose da raccontare. Al contrario del suo collega americano il cui problema è molto più grave, perché esattamente inverso.

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